Prestiti tra privati: troppo belli per essere veri

Sono in molti in Italia i delusi dalle banche. Quelli che, per intenderci, se avessero bisogno di liquidità, eviterebbero volentieri di rivolgersi agli istituti di credito, a causa di passate esperienze negative, dirette o indirette. Così, la pratica del social lending (prestito tra privati) sembrava avere tutte le carte in regola per decollare, un po’ come era già successo in Gran Bretagna e Stati Uniti. Le cose però sono andate diversamente, e le perplessità che avevamo espresso già mesi fa (trovi l'articolo qui) sono state confermate da un recente studio di AltroConsumo.

A finire sotto la lente d’ingrandimento sono state Smartika e Prestiamoci, piattaforme leader nel settore del social lending nel nostro Paese. La prima domanda da porsi è: questi operatori costituiscono realmente un’alternativa alle banche? La risposta non è particolarmente lusinghiera, considerando, tanto per cominciare, che Smartika fa capo a Intesa San Paolo.  Agata è invece la società a cui fa riferimento Prestiamoci, ed è nell’elenco speciale degli intermediari finanziari accreditati da Banca d’Italia.

Un altro aspetto fondamentale per confrontare le due vie di accesso al credito è il TAEG, cioè il tasso effettivo a cui va rimborsato l’importo ottenuto. Considerando un prestito di 5.000 euro a 48 mesi e uno di 2.000 a 24 mesi, in entrambe i casi i TAEG proposti da Smartika e Prestiamoci sono più costosi. Meno è affidabile il debitore, più il tasso è alto. E la valutazione della sua solvibilità è a discrezione delle due piattaforme.

Piuttosto scarse anche le tutele offerte a prestatori e debitori. Infatti il social lending non è sottoposto alla disciplina del credito al consumo, e quindi non è obbligatorio indicare il TAEG né far visionare il foglio informativo europeo. Inoltre, se fallisce il debitore o la piattaforma, il prestatore non ha particolari garanzie. 

Prestiamoci, social lending…ma non troppo

 
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