Per fare impresa in Italia ci vuole fegato

Per artigiani e imprenditori spesso resistere in un mercato sempre più competitivo e deregolamentato è una questione di eroismo, nel senso letterale del termine. Districarsi tra le sabbie mobili della burocrazia e l’abbraccio a volte mortale degli istituti di credito richiede una dose notevole di sangue freddo, tenacia e passione per il proprio lavoro. La storia dell’artigiano Alberto Carminati e della Iglass ne è la prova.

La Iglass è nata trent’anni fa in Lombardia, grazie ai soldi della liquidazione del padre di Carminati. L’azienda entra in sofferenza sei anni fa. «A un certo punto due clienti non mi hanno più pagato: mezzo milione di euro di buco. Lì è cominciato un calvario dal quale sto uscendo solo adesso», spiega l’artigiano. E’ cominciata così una sorta di via crucis tappezzata di faldoni, incartamenti e pratiche di vario tipo, al termine della quale, però, ha vinto sia la battaglia con il Comune che quella con Equitalia.

Come se non bastasse, si sono fatte sentire anche le banche. «A loro non interessa niente se hai una storia dietro, se hai un’idea per il futuro, se hai un inghippo momentaneo, non sei valutato realmente per quel che vali. Sei un numero, un coefficiente». Quello di Alberto Carminati aveva superato il fido di 80.000 euro. «Ma come? Mi conoscevano da vent’anni, avevo chiesto una deroga, aspettavo una risposta da tre mesi e invece mi chiamano e fanno: “Lei è passato in incaglio”. Definizione del termine incaglio su sito specialistico: “Sconfino di conto corrente”. La posizione di incaglio verrà segnalata in Centrale Rischi di modo che tutti gli istituti di credito possano prenderne notizia. Il risultato è l’impossibilità di accesso al credito».

Perciò Alberto Carminati è dovuto correre ai ripari, dimezzando «con grande dispiacere» il personale e rileggendo con estrema attenzione i fogli informativi della banca. Così l’imprenditore ha scoperto di aver subito, nel corso del tempo, tassi sostanzialmente illegittimi. Da qui la richiesta di risarcimento danni e, a seguito della trattativa avviata con l’istituto di credito, Alberto Carminati ha ricevuto 50.000 euro in contanti. «Pochi, ma meglio la metà della metà subito che tutti fra anni, aspettando la fine di una causa».

E l’artigiano non si arrende, anzi, rivendica con fierezza la storia della propria azienda. «Siamo vivi  perché innoviamo: facciamo vetrate con le stampe digitali, quelle riscaldanti, oppure i vetri anti appannamento per le saune. Ogni nuovo macchinario costa centinaia di migliaia di euro, ma non puoi fare diversamente. Il futuro del materiale è la tempera chimica: maggiore resistenza e minor peso». 

Azienda salentina vittima di anatocismo ottiene risarcimento

Usura bancaria, la “iena” Luigi Pelazza spiega come fare a difendersi
 

Seguici su

   

Commenta la notizia

Nessun commento trovato.

Nuovo commento

Newsletter

Iscriviti alla nostra Newsletter:

?  FAQ
>  Chi Siamo
#  Informativa Privacy